L’INDIPENDENTE
https://www.lindipendente.online/2026/09/01/dopo-30-anni-ce-un-colpevole-per-lomicidio-di-tupac-shakur/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=dopo-30-anni-ce-un-colpevole-per-lomicidio-di-tupac-shakur
Ci sono voluti quasi trent’anni, un’autobiografia, decine di interviste e una vanteria di troppo. Ma alla fine uno dei più celebri cold case della storia della musica ha trovato un colpevole. Una giuria di Las Vegas ha riconosciuto Duane “Keffe D” Davis colpevole di aver orchestrato l’omicidio di Tupac Shakur, l’agguato del 1996 che per decenni è rimasto impresso nell’immaginario collettivo senza responsabili accertati. Davis, 63 anni, ex leader di una gang di Compton, è stato condannato per omicidio di primo grado, la forma più grave: la pena verrà comunicata il 13 ottobre e rischia l’ergastolo. Alla giuria sono bastate meno di tre ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato settimane.
I fatti risalgono alla notte del 7 settembre 1996. Tupac aveva appena assistito all’incontro di pugilato tra Mike Tyson e Bruce Seldon e viaggiava al fianco di Marion “Suge” Knight, co-fondatore della Death Row Records, quando una Cadillac bianca si è affiancata alla loro auto: quattro proiettili hanno colpito il rapper, che è morto sei giorni dopo, il 13 settembre, a 25 anni. Secondo la ricostruzione accolta dal tribunale, Davis non premette il grilletto: fu lui a organizzare la sparatoria e a fornire l’arma poi utilizzata dal nipote, Orlando Anderson, morto a sua volta in una sparatoria nel 1998 senza mai essere incriminato. Il movente, per la giustizia americana, fu una vendetta: poche ore prima dell’agguato, Anderson era stato pestato dall’entourage di Tupac dopo l’incontro di boxe. Il paradosso è che a incastrare Davis sono state soprattutto le sue stesse parole. Per anni l’ex boss ha raccontato l’omicidio a investigatori, registi e giornalisti, fino a metterlo nero su bianco nella propria autobiografia, Compton Street Legend: racconti che sono diventati le prove principali della sua condanna. Per i suoi avvocati si trattava soltanto di bugie, dette per ottenere soldi e notorietà da uno dei gialli più celebri d’America. La giuria non ci ha creduto. Alla lettura del verdetto, la sorella di Tupac, Sekyiwa “Set” Shakur, è scoppiata in lacrime abbracciando i pubblici ministeri, mentre Davis, arrestato nel settembre 2023, si è dichiarato innocente e ha annunciato ricorso in appello Molto più di un rapper
Per capire perché questa sentenza abbia fatto il giro del mondo, bisogna ricordare chi fosse Tupac Shakur. Non semplicemente uno dei rapper più venduti di sempre, ma la voce che più di ogni altra ha trasformato il rap da fenomeno musicale a strumento di denuncia sociale.
https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/09/La-madre-di-tupac-Afeni-Shakur.jpg La madre di Tupac, Afeni Shakur
La politica, del resto, Tupac ce l’aveva nel sangue prima ancora che nella penna. Nasce a New York nel 1971, un mese dopo che la madre, Afeni Shakur, militante delle Black Panthers, è stata assolta in uno dei processi politici più celebri dell’epoca, quello ai “Panther 21”. Il suo nome di battesimo, rende omaggio al rivoluzionario peruviano Tupac Amaru, che aveva condotto il suo popolo alla ribellione contro i colonizzatori spagnoli. Attorno a lui, un’intera famiglia finita nel mirino dell’FBI: il patrigno Mutulu Shakur passerà decenni in carcere, il padrino Geronimo Pratt sconterà 27 anni per un omicidio da cui verrà poi scagionato. Tupac cresce così, tra riunioni di ex rivoluzionari e sfratti, tra la Baltimore School for the Arts — dove studia teatro, danza, Shakespeare — e la miseria di Marin City, California, dove per un periodo, da adolescente, arrotonda spacciando. È qui che nasce la contraddizione che diventerà la sua poetica: il ragazzo che legge poesia e il ragazzo di strada convivono nella stessa persona, e nello ste[...]