Da elettore di sinistra, sinceramente, sono stanco di assistere sempre alla stessa scena: la destra cambia pelle, si sposta sempre più a destra, parla alla rabbia e al disagio di pezzi di società che un tempo guardavano a sinistra, mentre noi continuiamo a discutere di nomi, primarie e posizionamenti.
E proprio per questo la notizia che arriva dall'America dovrebbe farci riflettere. Angie Nixon, candidata della sinistra progressista, ha vinto la corsa interna democratica in Florida battendo Alex Vindman e ora sfiderà a novembre la repubblicana Ashley Moody. Al di là dell'esito finale, è un segnale interessante: una sinistra che torna a parlare di lavoro, salari, sanità e condizioni materiali riesce ancora a mobilitare le persone. Non è l'America che diventa socialista, ma è la dimostrazione che spostarsi a sinistra non significa necessariamente condannarsi alla marginalità.
Forse dovremmo capirlo anche noi.
Perché mentre il centrodestra si è trasformato sempre più in destra radicale e, con l'ascesa di figure come Vannacci, continua a spostare il baricentro verso la destra estrema, noi continuiamo a cercare il centro, a strizzare l'occhio ai ceti dirigenti e a preoccuparci di non sembrare abbastanza moderati.
E rischiamo di essere ancora, per dirla con Zulù dei 99 Posse, dei ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro.
Io invece penso che l'opposizione debba tornare ad essere davvero rossa.
Bisogna tornare nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nei quartieri. Tornare a parlare con quella parte di società che abbiamo lasciato alla destra. E dire una cosa semplice: il collega immigrato non è quello che ti fa scendere il salario. Il problema è chi sfrutta la precarietà e la debolezza contrattuale di tutti per pagare meno il lavoro e aumentare i propri profitti.
Un lavoratore italiano e un lavoratore immigrato non sono nemici. Hanno molto più in comune di quanto ci raccontino.
E poi ci sono i diritti civili. Non basta essere in piazza al Pride: bisogna esserci quando una persona viene picchiata perché è gay, quando viene discriminata, quando ha paura di vivere liberamente. E insieme bisogna tornare a parlare di pensioni, di sanità pubblica, di scuola, di università, di salari e di quella spesa quotidiana che per troppe famiglie è diventata un peso insostenibile.
Quando la sinistra chiama le piazze, spesso le piazze rispondono. Il problema è quello che succede il giorno dopo: ci perdiamo di nuovo nelle nostre discussioni interne e lasciamo che sia la destra a parlare alle persone che abbiamo smesso di ascoltare.
Per questo faccio fatica a capire l'ennesima discussione sulle primarie. Prima di scegliere il nome, scegliamo da che parte stare. Scriviamo un programma, costruiamo una visione, torniamo a parlare con il Paese reale.
Poi scegliamo chi dovrà rappresentarla.
Perché la gente non si cura con un nome. Non mangia con un nome. Non paga la spesa con un nome.
Se il programma è buono, potete metterci anche Mario Rossi.
Ma deve essere, finalmente, un programma di sinistra.
Vincenzo San --segui--