Leggere del caso della donna di Catanzaro mi ha fatto veramente, veramente male; e mi è dispiaciuto che, anche per una tragedia simile, siano sorte tante polemiche. In effetti, quando erano passate solo poche ore dalla notizia, sui social vi è stata - di nuovo - una sorta di odiosa frenesia dell'intervento, questa volta tra chi voleva sottolineare che Anna aveva compiuto dei veri e propri omicidi e chi, invece, aveva già stilato la sua diagnosi virtuale di depressione post-partum e imputato perciò ogni tipo di responsabilità allo Stato, alla società o - figuriamoci - agli uomini, come finanche al marito di lei.
Persino nella cosiddetta "comunità poetica italiana" ne è sorto uno screzio che non ha fatto altro che aggiungere rumore a una vicenda che, invece, meritava di essere osservata con più silenzio, o piuttosto con dolorosa calma.
Io ho scelto di restare in silenzio anche dopo aver letto molti dei commenti spesi su questa vicenda. Non mi son trovato d'accordo con nessuno, non ho condiviso niente di ciò che ho letto nel merito, e l'unica cosa che mi è venuto spontaneo di sottolineare era per giustizia e in onore di quei tre bambini lanciati nel vuoto: poiché tutti o quasi tutti i quotidiani italiani hanno composto titoli del tipo "si lancia assieme ai figli", "si getta insieme" e così via; e ciò è chiaramente falso, perché è vero che quei piccoli sono stati lanciati di sotto dalla loro mamma, uno dopo l'altro. Il solo pensarci mi ghiaccia il sangue.
Sia chiaro, tuttavia, che io non ho né la forza né la voglia di condannare nessuno, neppure questa donna. Altri han chiesto, con toni retorici e polemicamente: ma se lei fosse sopravvissuta, sarebbe stata condannata?
Amici miei, è vero che nella nostra società esiste un certo tipo di pensiero, vagamente femminista, che cerca - comunque e in ogni caso - di sollevare la donna-in-quanto-donna da qualsivoglia responsabilità o - figuriamoci - colpa; e probabilmente è vero, sì, che esiste anche una differenza di trattamento dei due sessi sulle pagine di cronaca nera; però è anche vero che dovremmo pensare bene, quando scriviamo pubblicamente, a ciò che il nostro messaggio è in grado di aggiungere - se aggiunge qualcosa.
Io non so cosa si possa arrivare a fare per depressione. Potrei fare delle ipotesi, comparazioni con alcuni miei stati d'animo del passato, o con alcune altre donne in difficoltà eccetera. Potrei fare congetture e dire tante cose, ma la verità è che dinnanzi all'immagine di una madre che getta di sotto i suoi figli, il mio cervello va in tilt e inizia solo a provare sgomento, perché si è ritrovato davanti a un orrore incomprensibile.
In effetti c'è una cosa che nel profondo di me stesso vorrei pur dire, che in centinaia di commenti sparsi non ho visto affatto. Nessun cenno, nessun commento, forse per timore di sembrare pazzi o magari ingenui creduloni. Ma da quel che so, questa donna si è alzata a tarda ora, ha vestito i suoi figli con gli abiti della prima comunione, si è gettata di sotto stringendo il rosario tra le sue mani, ha fatto strage di sé e dei suoi figli attorno alle tre di notte. Non è tutto fin troppo strano e disumano, quasi oltreumano? E se ciò che ci risulta incomprensibile divenisse comprensibile almeno in parte, includendo nella nostra visione dei piani che avevamo escluso in precedenza? Se non si trattasse solo di una società che abbandona o di mero malessere psichico, se vi fossero veramente delle forze del bene e del male che talvolta intervengono e compiono i loro piani attraverso di noi, nonostante noi, non capiremmo forse di più di noi stessi?
Io non so cosa sia accaduto, ma da cristiano, da persona che ha in Cristo la sua unica e più disperata speranza, non dovrei forse pregare, oltreché per l'anima di quei due bambini morti, anche per l'anima di questa donna, affinché venga strappata all'inferno? Quale senso di giustizia e quale compenso interiore dovrei pur avvertire, io da cristiano, sapendo che ella è dannata per l'eternità? E non sarei forse un cristiano migliore di me stesso, ritenendo