Bisogna staccarle dalla capacità di trovare appagamento nelle esperienze semplici e profonde della vita, perché una persona davvero presente, radicata e viva è molto più difficile da manipolare. Una persona connessa a se stessa non ha bisogno di essere bombardata da stimoli artificiali. Non ha bisogno di essere sedata con lo schermo, né consolata dal cibo tossico, né trascinata in una ricerca continua di eccitazione.
Per questo io credo che la nostra epoca non sia solo l’epoca della tecnologia, ma l’epoca dell’estrazione dell’attenzione e dello svuotamento del sistema nervoso. I bambini vengono catturati attraverso contenuti progettati per tenerli incollati agli schermi; gli adulti vengono catturati attraverso social media, algoritmi, contenuti iperstimolanti, consumo continuo. Cambia la forma, ma il principio è lo stesso: tenere il cervello agganciato, stancarlo, deregolare il sistema nervoso e poi monetizzare il bisogno di sollievo che ne deriva.
Nel mio caso, questa consapevolezza non nasce solo dall’osservazione degli altri, ma anche da quello che ho percepito direttamente su di me. Ho notato più volte quanto i media elettronici, il computer, la televisione, certi tipi di musica e di immagini, abbiano la capacità di alterare il mio stato interno in modo innaturale. Ti tirano dentro, ti eccitano, ti accendono artificialmente, ma poi ti lasciano scarica. Ti fanno credere di essere più viva perché ti stanno stimolando, ma in realtà ti allontanano dal tuo centro. Ti staccano dal corpo, dall’ambiente, dalla percezione sottile della realtà. E dopo resta spesso una sensazione di svuotamento, quasi di invasione.
Ho visto qualcosa di simile anche nel mio rapporto con lo zucchero. Quando da giovane ho capito che lo zucchero mi faceva male e ho provato a eliminarlo, ho attraversato una fase che posso tranquillamente definire di astinenza. Non era una semplice voglia. Era qualcosa di più forte, più strano, più insistente. Mi capitava perfino di sognare di mangiarlo per errore, come se una parte di me temesse di perdere quella sostanza e cercasse in tutti i modi di riportarmici. Solo dopo ho compreso che stavo vivendo dinamiche molto simili a quelle che si osservano nelle dipendenze vere e proprie.
Ma la cosa più importante è successa dopo. Quando, dopo un po’ di tempo senza zucchero, il mio corpo ha cominciato a disintossicarsi, ho notato che gli alimenti artificialmente zuccherati e trasformati non mi sembravano più così buoni. Anzi, il corpo li rifiutava quasi spontaneamente. E lì ho capito una cosa che per me resta fondamentale: il corpo possiede un’intelligenza naturale. Sa riconoscere ciò che è vivo, nutriente, vero, e sa rifiutare ciò che è vuoto, falso o dannoso. Il problema è che questa intelligenza viene continuamente sabotata da sostanze e stimoli costruiti apposta per creare dipendenza e zittire quella risposta naturale.
Per questo sono arrivata a pensare che il problema non sia soltanto psicologico o culturale, ma profondamente neurologico e fisico. Quando il sistema nervoso è esaurito, stressato o deregolato, una persona diventa molto più vulnerabile ai picchi dopaminici. Non riesce più a sentire davvero la vita nelle sue sfumature. Non riesce più a nutrirsi di presenza, di silenzio, di natura, di respiro, di relazioni vere, di calma, di profondità. E allora comincia a cercare solo ciò che la colpisce forte: sapori estremi, immagini veloci, emozioni brusche, stimoli intensi, gratificazioni immediate.
È qui che secondo me si crea il circolo vizioso più pericoloso. Il sistema nervoso affaticato spinge verso comportamenti che danno picchi di dopamina, ma quei comportamenti, a loro volta, affaticano ancora di più il sistema nervoso. E così la persona entra in una spirale da cui poi è difficile uscire. Più è stanca dentro, più cerca stimoli forti. Più cerca stimoli forti, più si svuota.