La “pandemia digitale” non è soltanto lo scenario spettacolare di Internet che cade all’improvviso. È il nome elegante dato a una dipendenza costruita pezzo dopo pezzo: pagamenti, sanità, identità, servizi pubblici, comunicazioni, logistica e accesso ai diritti vengono spostati dentro infrastrutture digitali sempre più concentrate, sempre più indispensabili e sempre meno sostituibili.
Il rapporto dell’ITU - Unione internazionale delle telecomunicazioni, l’agenzia ONU specializzata nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione - avverte che tempeste solari, cavi sottomarini danneggiati, data center surriscaldati, interruzioni satellitari e guasti cloud possono produrre effetti a catena su ospedali, banche, trasporti, emergenze e pubblica amministrazione. Il punto è questo: il digitale viene raccontato come efficienza, ma quando diventa l’unica porta di accesso alla vita civile si trasforma in un collo di bottiglia.
I dati di settore rendono il quadro molto più concreto: i data center potrebbero arrivare a circa 945 TWh di consumo elettrico entro il 2030, oltre il 99% del traffico dati internazionale passa dai cavi sottomarini e ogni anno si registrano 150-200 guasti a queste infrastrutture. Non è una nuvola. È un sistema fisico fatto di energia, acqua, raffreddamento, fondali marini, server, software e pochi grandi fornitori.
Il caso CrowdStrike ha già mostrato la vulnerabilità del modello: non serve un grande attacco globale per bloccare aeroporti, banche, media e servizi essenziali. Basta un aggiornamento difettoso distribuito attraverso sistemi concentrati. Quando tutti dipendono dagli stessi fornitori, dagli stessi cloud e dagli stessi protocolli, anche l’errore diventa contagioso.
Il vero rischio non è il digitale in sé. È il monopolio del digitale sulla vita civile. Senza contante, sportelli, archivi locali, procedure manuali e canali analogici, una società non diventa più moderna: diventa più fragile, più controllabile e più dipendente da piattaforme che possono bloccarsi, escludere o non rispondere. La tecnologia resta utile finché resta uno strumento. Diventa una gabbia quando sostituisce tutte le uscite.
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