Parlare - come fa un Fabbri - di una "Persia sempre nemica dell'Occidente (citofonare Greci e Romani)", è assai fuorviante. Soprattutto alla luce del fatto che l'"Occidente", come oggi lo conosciamo, è un'invenzione piuttosto recente ed in larga parte costruita come schema interpretativo della "Guerra Fredda". Questo "Occidente", tra l'altro, non è neanche quello di cui parlava Spengler, che lo intendeva essenzialmente come l'insieme dei popoli bianchi, dal quale veniva esclusa l'ecumene mediterranea o europeo-meridionale. Mai un greco o un romano si sarebbero autodefiniti come "occidentali", per il semplice fatto che la loro concezione filosofico-esistenziale li portava a pensare di vivere al centro del mondo, nel luogo più vicino al divino (alla pari dei Persiani o dei Cinesi, dopo tutto). Romani (anche bizantini) e Persiani, poi, avevano tratti di civiltà del tutto similari. Ad esempio, l'idea che diritto, politica e religione dovessero necessariamente compenetrarsi (a differenza dell'oggi in cui il dato religioso viene semplicemente utilizzato come giustificazione all'idea dello "scontro tra civiltà", o per imporre una visione totalmente distorta dell'enorme complessità della società iraniana). Ciò non toglie che queste forze siano più volte arrivate allo scontro per ovvi motivi di spartizione delle reciproche zone di influenza geopolitica, con il caso isolato del limitato (temporalmente) esperimento alessandrino. Con il crollo dell'Impero sasanide e le invasioni mongole, Europa e Persia si sono perse di vista per diversi secoli, con rari contatti limitati ai traffici commerciali lungo l'antica Via della Seta o alle esplorazioni europee lungo le coste dell'Asia. Dunque, sarebbe assai più corretto affermare che i Persiani hanno subito l'Occidente a partire dai tentativi franco-inglesi di cooptarli in chiave antirussa, fino a ciò che è arrivato nel XX secolo, con le operazioni Countenance (invasione anglo-sovietica dell'Iran nel 1941) e Ajax (destituzione di Mossadeq ad opera di CIA ed MI6 per ristabilire il potere dello Shah). Azione, la seconda, conclusasi con la fine dell'egemonia britannica sull'Iran e l'inizio di quella a stelle e strisce. A questo proposito, inoltre, andrebbe sottolineato che pure Mossadeq veniva descritto nei mezzi di informazione occidentali come un "fanatico religioso dalle tendenze mistiche". In fin dei conti, se il tuo nemico è sempre "pazzo" e "irrazionale" è assai più facile giustificare la sua eliminazione (e da tenere a mente che, in quella occasione, parte del clero sciita sì schierò con lo Shah). Quelle su Mossadeq ovviamente erano delle esagerazioni denigratorie. Tuttavia, bisogna tenere a mente che l'iranismo è inscindibile dall'aspetto religioso. Parlare di laicità in Iran è estremamente complesso. La moschea, ancora oggi, come infrastruttura simbolica, rappresenta un luogo (con le fondazioni religiose) di assemblea, istruzione, rifugio e mutuo soccorso (nonché uno spazio di pur limitata redistribuzione della ricchezza). La profanazione di una moschea è storicamente percepita come una violazione delle norme civili, prima ancora che religiose. Il fatto che molte di esse siano state bruciate durante gli scontri di gennaio lascia intendere la natura assolutamente eterodiretta di tale "rivolta". E non regge neanche l'accusa che potessero essere centri di reclutamento dei basij, visto che i dati forniti hanno dimostrato come i centri di preghiera colpiti (nella loro maggior parte) fossero scollegati dalle strutture istituzionali.
Daniele Perra