È uno spettacolo patetico e al tempo stesso esilarante vedere certa gente che, fino a ieri, aveva trasformato il 25 aprile in un’orgia di superiorità morale al grido di: «Bella Ciao! O sei con noi o sei fascista, punto e basta».
Bella Ciao non era una canzone della Resistenza, tra l’altro uscita negli anni 50, era il loro manganello preferito. Il partigiano era la clava con cui aggredire chiunque osasse pensare con la propria testa.
La Resistenza? Una bandiera di purezza etica da sventolare per sentirsi immuni da ogni critica mentre insultavano, censuravano e davano lezioni di democrazia.
Oggi quegli stessi tromboni piagnucolano come bambini a cui hanno tolto il giocattolo: si sentono discriminati, emarginati, “cancellati” proprio dalle stesse piazze e dagli stessi compagni con cui, fino a ieri, urlavano cori da stadi come se fossero alla finale scudetto.
E il circo dell’ipocrisia raggiunge livelli da Guinness dei primati:
I propalestinesi di ieri, quelli che equiparavano Israele a Hitler e gridavano «Free Palestine» come se fosse il nuovo inno nazionale, oggi vengono accusati di antisemitismo o di fare da utili idioti a Hamas dagli stessi salotti radical-chic che prima li baciavano in fronte.
I pro-Ucraina da tastiera stile brigata Parioli, che vedono in Zelensky il nuovo Che Guevara e nella guerra una epica lotta tra il Bene democratico e il Male putiniano, ora vengono derisi come guerrafondai atlantisti da una sinistra che ha scoperto il pacifismo esattamente nel momento in cui la narrazione ha smesso di convenire.
Gli anti-iraniani che avevano l’ardire di denunciare le presunte impiccagioni, lapidazioni, stupri di Stato e repressione di donne e omosessuali, vengono tacciati di islamofobia dalla stessa gente che odia l’Occidente più di quanto odi la teocrazia degli Ayatollah.
I pro-iraniani (o “anti-anti-iraniani” da quattro soldi), quelli che minimizzavano il regime in nome dell’antiamericanismo, si ritrovano con il cerino in mano quando la sinistra più scellerata abbraccia Hamas e Hezbollah mentre la fazione “liberal” finge di scandalizzarsi davanti alle impiccagioni in piazza.
E i poveracci pro-Israele di sinistra, quelli che ancora si illudevano di un Israele socialista e progressista, vengono marchiati come sionisti colonialisti e complici del genocidio proprio da chi, fino a poche primavere fa, condivideva con loro il palco del 25 aprile.
Il risultato è meraviglioso: ognuno di questi fenomeni si sente tradito dai “compagni” di un tempo, perché le loro ipocrisie hanno preso una bella tranvata della realtà che ha la fastidiosa abitudine di non piegarsi alle loro favolette buoniste e semplicistiche.
Questa è la prova lampante e definitiva che per questa gente il 25 aprile non è mai stato una celebrazione della libertà, della democrazia o della lotta al totalitarismo.
Era solo uno strumento di potere, un feticcio ideologico da brandire quando serviva a massacrare il nemico interno, chiunque non si inchinasse al loro altare.
Quando invece lo strumento rischia di illuminare le loro contraddizioni interne, Palestina, Ucraina, Iran, islamismo, multiculturalismo fallito e chi più ne ha più ne metta, allora diventa improvvisamente “divisivo” e “strumentalizzato”.
In realtà è sempre stato strumentalizzato.
Solo che oggi il giochino si è rotto tra le loro mani luride di ipocrisia e loro si spaventano e si attaccano tra loro come un branco di iene su una carcassa.
Il Maresciallo