Gentile Direttore:
si racconta che Michelangelo Buonarroti, davanti al suo Mosè, a un certo punto gli abbia scagliato contro il martello gridando: "Perché non parli?".
È una provocazione, certo. Ma nasce da una tensione autentica: quando qualcosa è vivo, ci si aspetta che dica qualcosa.
Ecco perché oggi, con rispetto ma anche con una certa inquietudine, mi viene da rivolgere una domanda simile alla Chiesa trentina.
Perché non parla?
Perché, su passaggi così delicati che riguardano la Cooperazione Trentina, il silenzio sembra prevalere sulla parola?
Qualcuno potrebbe obiettare: cosa c'entra la Chiesa con la Cooperazione? C'entra, eccome.
La Cooperazione, qui da noi, non è nata solo come forma economica. È nata da una visione. Da un'idea di giustizia sociale profondamente radicata nel Vangelo. Da sacerdoti che vedevano gli agricoltori schiacciati dai debiti, esposti agli strozzini, privi di strumenti per emanciparsi.
È nata da figure come Lorenzo Guetti, che non si limitarono a predicare, ma costruirono strumenti concreti: le casse rurali, le cooperative, forme di mutualità capaci di restituire dignità e autonomia a chi non ne aveva. In quello stesso solco si inseriscono altre opere nate per rispondere a bisogni reali, i Monti di pietà, i Monti dotali, pensati per sottrarre le persone alle dinamiche di dipendenza e ingiustizia.
Non erano iniziative neutre. Erano scelte. Scelte che prendevano posizione.
Oggi, davanti a un sistema cooperativo che molti osservatori descrivono in affanno più attento alla conservazione che al rinnovamento, più incline alla continuità che al confronto la domanda ritorna.
Non è una domanda polemica. È una domanda di responsabilità.
La Chiesa che ha contribuito a generare quel modello sente ancora il dovere di custodirne lo spirito? Oppure ritiene che il suo compito si esaurisca nel passato?
Perché se la Cooperazione è stata, come spesso si ricorda, una forma concreta di dottrina sociale in azione, allora non è indifferente ciò che oggi sta diventando.
Non si tratta di entrare nelle dinamiche politiche o gestionali. Si tratta di qualcosa di più semplice, ma anche di più esigente: offrire una parola. Una parola che richiami i fondamenti, che riapra uno spazio di coscienza, che aiuti a distinguere tra ciò che è fedele alle origini e ciò che rischia di allontanarsene.
Il silenzio, in certi momenti, non è neutralità.
È una scelta.
E proprio per questo, forse, vale la pena tornare a chiedere:
Perché non parli?
PS: Questa mattina gli esponenti delle oltre 200 Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen italiane saranno ricevuti in Vaticano da Papa Leone XIV, nel giorno del 135° anniversario della Rerum Novarum.
Sarà curioso sentire quale messaggio sceglierà di dare loro.
Perché le domande che quella enciclica poneva, dignità del lavoro, giustizia nella distribuzione del valore, rappresentanza reale dei più deboli, sono esattamente le domande che ancora aspettano risposta.
Anche qui da noi.