🔴 SQUILLI DI TROMBA
Dopo che l’Iran ha notificato agli Stati Uniti la sua ultima proposta negoziale, la questione che si pone per Trump è, ancora una volta, che fare. Il punto è che l’atteggiamento della leadership iraniana è significativamente mutato, e buona parte della disponibilità sinora mostrata è andata in fumo. Ed è tutto frutto dell’atteggiamento negoziale di Trump e della sua squadra. Teheran ovviamente non si fidava di Witkoff e Kushner, che sono sfacciatamente due asset israeliani, oltre che degli affaristi, incapaci di intessere una trattativa diplomatica; per questo avevano chiesto la presenza del vice-presidente Vance. Ma durante il round di colloqui ad Islamabad questi si è rivelato persino peggio, continuamente al telefono con Trump e Netanyahu per ricevere l’imbeccata. E in conclusione, quel poco che si era riusciti a far avanzare per un accordo, è stato poi mandato a monte dal presidente USA. Ovviamente, a questo punto gli iraniani hanno perso ogni fiducia nel negoziato.
Il viaggio di Araghchi, pertanto, assume un preciso significato proprio alla luce di ciò. Teheran non crede più in un negoziato, e in parte anche nella mediazione pakistana, quindi si muove in una logica ormai diversa. Ovvero: se gli USA vogliono negoziare, adesso la base di partenza è ancor più ristretta (il nucleare è fuori dalle prime fasi), e se non gli sta bene allora non se ne fa nulla. Intanto, l’Iran porta avanti con l’Oman - possibile nuovo mediatore, o ospite del negoziato - l’accordo per la gestione futura dello Stretto di Hormuz. Rispetto alla quale, poiché non è firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS), non è tenuto ad osservarne le predisposizioni, e può quindi stabilire le sue proprie regole. Lo Stretto, infatti, non ha acque internazionali, ma nel suo punto di minor larghezza è diviso tra le acque territoriali iraniane e quelle omanite. Teheran, insomma, si appresta a predisporre sin d’ora un quadro giuridico relativo al transito nello Stretto, svincolandolo da qualsiasi negoziato. Così è, se vi pare.
Ugualmente, l’incontro con Putin e Lavrov serve a ribadire la copertura politica (e non solo) a questa posizione, bilanciando in qualche modo il rapporto con Pechino, che invece preme per una maggiore flessibilità ed una più rapida riapertura di Hormuz - infatti, dietro la mediazione pakistana c’era proprio la Cina. E non a caso la posizione russa si sta a sua volta facendo più dura, con una crescente sfiducia nella volontà negoziale statunitense, ed un crescente fastidio verso i comportamenti dell’occidente.
Per il momento, Trump avrebbe rigettato la proposta di Teheran. Ma questo di certo non lo aiuta ad uscire dall’angolo. Oltretutto, la situazione in Libano - che per l’Iran è inscindibile da quella generale - sta chiaramente sfuggendo di mano, il cessate il fuoco proclamato da Trump è valso solo da limitatore del conflitto, e minaccia di saltare del tutto. Israele, infatti, è la variabile difficilmente controllabile, in questa equazione. La palla, resta in campo statunitense.
D’altro canto, tutto il continuo accumulo di forze nella regione - praticamente senza soste - difficilmente serve unicamente a rifornire Tel Aviv. Anche come arma di pressione è ormai chiaramente spuntata. Però - alle strette - potrebbe servire per menare un’ultima zampata, dichiarare “mission accomplished” e tornare a casa da vincitore. Tanto, l’elettore medio non legge il New York Times o il Washington Post, ma si abbevera su Fox News...
Insomma, la buona vecchia America che risolve tutto col 7° Cavalleggeri.
Avere avuto troppe pretese nel negoziato, ha finito col bruciarlo del tutto. Ma anche la carta della guerra a tutto spiano non è assolutamente praticabile. E le opzioni non sono infinite.
Nessuna meraviglia, quindi, se sentiremo la tromba suonare la carica. E subito dopo, la ritirata.
➡️ 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐦𝐢 𝐬𝐮 !